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Consenso Spa

di Sergio

Fino agli anni ’90, la classe politica aveva  cercato di ottenere il consenso alimentando lo spirito di crescita e di miglioramento della popolazione. Oggi il consenso non è più ricercato ma imposto. Le cosiddette riforme strutturali che ormai sono messe  in atto da  tutti i governi spingono alla sottomissione ed alla uniformità obbligata delle scelte politiche. Governi di destra, come di sinistra, si assomigliano sempre di più.

Per questo stiamo assistendo all’ultima fase di un collegamento diretto tra economia e politica, di cui le recenti riforme ed il decreto Ronchi sono solo l’anello più visibile. Pensate soltanto al numero di multinazionali che hanno accolto tra i propri azionisti i fondi pensione di tanti dipendenti del settore pubblico e privato. Oppure alle società che controllano le fonti energetiche (gas, elettricità, petrolio) o le materie prime minerarie e agricole il cui assetto azionario è sviluppato in modo da intersecare gli interessi di corporation private ed enti pubblici, a cominciare dai nostri comuni. Ed il gioco è fatto. In questo modo diventiamo tutti corresponsabili perché traiamo beneficio dalle stesse fonti di reddito. Quanti si opporranno ai comportamenti inquinanti e criminosi delle utility dell’energia sapendo che loro stessi ne traggono vantaggio attraverso la propria pensione?In che modo ci si opporrà ai tanti genocidi che a tutt’oggi si perpetrano nei Paesi ricchi di materie prime, quando sono proprio queste tragedie a garantire risorse al comune in cui viviamo, dall’azienda sanitaria alla scuola elementare? Il cerchio si è chiuso ed una nuova classe di servi  si è creata. Il consenso da oggi in poi sarà legato alle quotazioni in borsa e sarà un CONSENSO SPA!

C’era una volta la Sanità pubblica

di Sergio, medico ospedaliero

Il caso tra Ignazio Marino e Ospedale S. Orsola di Bologna riporta drammaticamente all’attenzione dei cittadini la crisi profonda in cui versa il sistema di salute nel nostro Paese. Non sto qui a difendere il politico-scienziato (egli ha strumenti sufficienti  e la pubblicazione della notizia sui principali quotidiani ne è la prova).  Quello che mi preme,  invece,  è ribadire che i cittadini devono assolutamente riappropriarsi di uno dei fondamenti del bene comune: la salute e la certezza della cura. Il sistema aziendale istituito negli anni novanta (copiando, in parte , l’assetto delle assicurazioni americane) si è dimostrato una totale assurdità, soffocato dalla criminalità organizzata e dalla palese inefficienza, al nord come al centro-sud.

E’ ora che i cittadini intervengano per riprendersi ciò che è di tutti.  Tutti ormai sappiamo che se ci si rivolge al CUP per chiedere una visita urgente con il sistema pubblico, è praticamente impossibile ricevere la prestazione in tempi accettabili. Se, invece, siamo disposti a pagare (il cosiddetto ‘intra-moenia’), allora miracolosamente l’accesso è garantito. Questo è di fatto un sistema privato mascherato da pubblico, solo che al posto di un capitalista qualsiasi, ce n’è uno che si chiama Stato (a cui già paghiamo una bella fetta del nostro stipendio in tasse!).

Cosa fare? Organizziamoci. Utilizziamo la legge sulla trasparenza (241/90) per richiedere ai Direttori Generali degli ospedali (che ormai non sono altro che manager taglia-spese al servizio della politica e delle cliniche private) un riscontro documentale dei tempi di attesa. E poi mobilitiamoci nella nostra città, per richiedere che sia il Sindaco (eletto dai cittadini) e non un manager nominato dai poteri forti ad assolvere alla responsabilità prefettizia della sanità pubblica (com’era in passato, quando il primo cittadino aveva la responsabilità dell’unità sanitaria locale).

E’ necessario che la sanità pubblica locale torni sotto il controllo dei cittadini. L’aspetto amministrativo non può subordinare questo elemento vitale. La storia di questi anni ci ha comunque dimostrato che questo sistema manageriale ha mascherato il trascinamento della sanità verso il privato, annichilendo le strutture pubbliche tanto stimate dalla cittadinanza. Gli Stati Uniti  stanno lottando (con grandi difficoltà) per ricondurre la sanità nell’alveo del controllo pubblico. Ci serva come monito: una volta perso un diritto, ci possono volere decenni di lotte per riottenerlo.

Il male, il peggio, il pessimo

di Giuseppe, cittadino pensionato ‘non in pensione’, 28/11/2009

Premetto che io considero che le forme di schiavitù nel tempo si sono modificate ma persistono molto pervasive. Se consideriamo con attenzione quello che ci viene proposto, quasi sempre sopra le nostre teste, rileviamo che ci tocca prendere posizione in relazione ad un problema o situazione, ovvero dobbiamo essere pro o contro ad una data soluzione. Col tempo, a me appare sempre più chiaro che in realtà le opzioni che ci troviamo a dover affrontare sono sempre di dover scegliere fra il male, il peggio e il pessimo; non solo questo non è non è piacevole, ma il guaio maggiore è che non sappiamo quale è l’uno e quale è l’altro.

Faccio un esempio circa un argomento di attualità: la cosiddetta “liberalizzazione” dell’acqua; c’è da preoccuparsi davvero per quello che ne può derivare, poi considero quello che è sempre stato fino ad alcuni anni fa, e cioè la gestione fatta dalle municipalizzate (che come principio ho sempre sostenuto e tuttora ne auspico il ritorno), soluzione quella delle municipalizzate che ha dato adito oltre a disservizi, a sperperi inverecondi che venivano a costare comunque alla cittadinanza tramite aumento di tasse comunali, o comunque costi affrontati dalla comunità che, così, non poteva soddisfare altre esigenze sociali.

Insomma da un lato subiamo aggravi di costi dovuti a cattiva gestione, dall’altro probabili futuri aumenti di tariffe dell’acqua che premieranno i “bravi gestori” privati, arricchendoli a spese della cittadinanza. Al cittadino l’illusione di fare una scelta di campo che crede ottimale e risolutiva che in realtà non ci potrà essere mentre di certo sarà costretto ad essere spremuto e beffato; ecco, questa per me rimane una forma moderna di schiavitù.