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Le pensioni dei parlamentari

Cari amici:

il giorno 21 settembre, nel silenzio quasi generalizzato dei media, un’ordine del giorno per diminuire la pensione dei parlamentari è stato bocciato dalla Camera dei Deputati con incredibile maggioranza bipartisan: 22 sì, 498 no! Salvo il gruppetto dell’IdV, tutti gli altri hanno respinto la mozione. Cliccando qui troverete la scelta di voto di ogni singolo parlamentare.

I parlamentari sono gli unici ‘dipendenti’ a poter scegliere il proprio stipendio e annessi emolumenti. Nessuna li controlla e quindi fanno come vogliono. Sarebbe sufficiente una piccola riforma costituzionale che stabilisca il seguente principio: lo stipendio del parlamentare della Repubblica è allineato in modo inderogabile allo stipendio medio del paese, così come calcolato annualmente dall’Istat. Infatti, i parlamentari non dovrebbero guadagnare né un euro di più né uno di meno del lavoratore medio. Se gli stipendi degli italiani vanno giù, allora scende anche l’indennità parlamentare. Se invece vanno su, allora in parlamentari si ritroveranno qualche euro extra in tasca. Così, forse, pur di veder crescere il proprio stipendio farebbero il possibile per aiutare i lavoratori italiani a guadagnare un salario più dignitoso (sempre che non decidano,  furbescamente, di taroccare le statistiche!).

I lavoratori italiani sono tra i più sottopagati d’Europa mentre i nostri parlamentari si aggiudicano lo stipendio più alto del continente. Ma, come ripetiamo ormai da tempo, i cittadini che non controllano si beccano la classe politica che si meritano. In Inghilterra, buona parte dei politici che avevano abusato dei rimborsi l’anno scorso si è dimessa tra il furore popolare. In un altro paese, saremmo già scesi tutti in piazza ed avremmo circondato il Parlamento rifiutando, pacificamente, di andarcene fino a che i parlamentari non abbiano votato una legge ‘anti casta’ degna di questo nome. In un altro paese. E in Italia?

Consenso Spa

di Sergio

Fino agli anni ’90, la classe politica aveva  cercato di ottenere il consenso alimentando lo spirito di crescita e di miglioramento della popolazione. Oggi il consenso non è più ricercato ma imposto. Le cosiddette riforme strutturali che ormai sono messe  in atto da  tutti i governi spingono alla sottomissione ed alla uniformità obbligata delle scelte politiche. Governi di destra, come di sinistra, si assomigliano sempre di più.

Per questo stiamo assistendo all’ultima fase di un collegamento diretto tra economia e politica, di cui le recenti riforme ed il decreto Ronchi sono solo l’anello più visibile. Pensate soltanto al numero di multinazionali che hanno accolto tra i propri azionisti i fondi pensione di tanti dipendenti del settore pubblico e privato. Oppure alle società che controllano le fonti energetiche (gas, elettricità, petrolio) o le materie prime minerarie e agricole il cui assetto azionario è sviluppato in modo da intersecare gli interessi di corporation private ed enti pubblici, a cominciare dai nostri comuni. Ed il gioco è fatto. In questo modo diventiamo tutti corresponsabili perché traiamo beneficio dalle stesse fonti di reddito. Quanti si opporranno ai comportamenti inquinanti e criminosi delle utility dell’energia sapendo che loro stessi ne traggono vantaggio attraverso la propria pensione?In che modo ci si opporrà ai tanti genocidi che a tutt’oggi si perpetrano nei Paesi ricchi di materie prime, quando sono proprio queste tragedie a garantire risorse al comune in cui viviamo, dall’azienda sanitaria alla scuola elementare? Il cerchio si è chiuso ed una nuova classe di servi  si è creata. Il consenso da oggi in poi sarà legato alle quotazioni in borsa e sarà un CONSENSO SPA!

Il male, il peggio, il pessimo

di Giuseppe, cittadino pensionato ‘non in pensione’, 28/11/2009

Premetto che io considero che le forme di schiavitù nel tempo si sono modificate ma persistono molto pervasive. Se consideriamo con attenzione quello che ci viene proposto, quasi sempre sopra le nostre teste, rileviamo che ci tocca prendere posizione in relazione ad un problema o situazione, ovvero dobbiamo essere pro o contro ad una data soluzione. Col tempo, a me appare sempre più chiaro che in realtà le opzioni che ci troviamo a dover affrontare sono sempre di dover scegliere fra il male, il peggio e il pessimo; non solo questo non è non è piacevole, ma il guaio maggiore è che non sappiamo quale è l’uno e quale è l’altro.

Faccio un esempio circa un argomento di attualità: la cosiddetta “liberalizzazione” dell’acqua; c’è da preoccuparsi davvero per quello che ne può derivare, poi considero quello che è sempre stato fino ad alcuni anni fa, e cioè la gestione fatta dalle municipalizzate (che come principio ho sempre sostenuto e tuttora ne auspico il ritorno), soluzione quella delle municipalizzate che ha dato adito oltre a disservizi, a sperperi inverecondi che venivano a costare comunque alla cittadinanza tramite aumento di tasse comunali, o comunque costi affrontati dalla comunità che, così, non poteva soddisfare altre esigenze sociali.

Insomma da un lato subiamo aggravi di costi dovuti a cattiva gestione, dall’altro probabili futuri aumenti di tariffe dell’acqua che premieranno i “bravi gestori” privati, arricchendoli a spese della cittadinanza. Al cittadino l’illusione di fare una scelta di campo che crede ottimale e risolutiva che in realtà non ci potrà essere mentre di certo sarà costretto ad essere spremuto e beffato; ecco, questa per me rimane una forma moderna di schiavitù.

La catena infinita dell’impunità

di Lorenzo, ricercatore universitario, 07/11/2009

Ci siamo ormai abituati. Ogni tanto salta fuori che un poveraccio finisce in galera senza aver commesso un crimine o magari per motivi che non giustificano la detenzione preventiva (come il possesso di uno spinello). Queste persone spariscono per qualche giorno e poi, nel silenzio della più totale normalità, escono morte. I casi più noti in questi ultimi anni sono stati quelli di Federico Aldrovandi (picchiato in strada dalle forze dell’ordine), Aldo Bianzino (torturato a morte in penitenziario per il possesso di qualche pianta di marijuana ad uso personale nella sua cascina di campagna) e Stefano Cucchi (ex-tossicodipendente trucidato a Regina Coeli). Queste sono solamente le storie che fanno irruzione sui giornali, ma è probabile che tutti i giorni vengano commesse angherie degne di una dittatura latinoamericane. Magari contro immigrati e poveracci, che non hanno avvocati a proteggerli o parlamentari amici per organizzare conferenze stampa.
È evidente che questi fatti accadono perché si è creato un regime di impunità tra le forze dell’ordine. Le intercettazioni rivelano come la pratica dell’abuso sia diffusa e sistematica. “Non si massacra in sezione”, rivela un capo servizio della polizia penitenziaria che non sa di essere ascoltato. “Si massacra di sotto….altrimenti la gente se ne accorge”. Tutto ciò è vergognoso. Non solo perché si lascia che la tortura dilaghi e divenga ‘sistema’, ma anche perché rivela l’incapacità di quei poliziotti e carabinieri onesti di denunciare l’abuso. Perché le autorità si coprono sempre a vicenda? Perché non ci sono poliziotti disposti a pubblicare gli abusi perpetrati dai propri colleghi? Perché non abbiamo ancora assistito ad uno sciopero del personale di polizia penitenziaria per una volta non contro il calo degli stipendi, ma contro il dilagare dell’illegalità all’interno dei propri ranghi?
Purtroppo c’è di più. Molte di queste persone sono morte non solo perché i poliziotti e i carabinieri onesti tacciono, ma anche perché medici e avvocati non hanno il coraggio di dire ‘no’. Prima di morire, Stefano Cucchi è stato visitato da due medici: perché non hanno denunciato le evidenti percosse sul suo corpo? Perché non si sono opposti all’ingerenza dei poliziotti che lo accompagnavano? Anche i medici sono pubblici ufficiali e, in ospedale, la loro parola vale di più di quella di qualunque poliziotto. Eppure niente. Silenzio. Omertà. Sì, omertà. Siamo diventati un paese dove le regole della mafia e della camorra, il silenzio, il chiudi un’occhio anzi tutti e due, sono ormai l’uso e costume della società. Quanti di noi sono disposti a dire no? Senza la connivenza di tante persone ‘oneste’, non si riesce a commettere abusi. Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo se un medico si fosse imposto. Federico Aldrovandi sarebbe forse ancora tra noi se i cittadini di Ferrara avessero gridato contro i poliziotti che lo picchiavano in strada. Dobbiamo ritrovare il coraggio di dire ‘no’. Gridandolo con forza. Altrimenti siamo tutti complici.