Parlamenti nazionali dopo il Trattato di Lisbona e democrazia

Con piacere ospitiamo lo studio di Giovanni Esposito dal titolo:

I Parlamenti Nazionali nel sistema decisionale europeo predisposto dal Trattato di Lisbona

Un evidente tensione tra principio democratico e globalizzazione economica

 

L’articolo in questione nasce da una sempre maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica nei confronti dell’operato dell’UE. Numerosi movimenti di protesta nel sud dell’Europa, e i più recenti risultati elettorali che in più stati membri hanno riscontrato una crescita esponenziale di forze politiche anti-europeiste,  sottolineano come l’UE non sia un attore democratico e come la sua attività regolatoria sia non solo invasiva della sovranità nazionale, ma soprattutto distante dalla società che intende regolare. Appare legittimo domandarsi allora se il vuoto democratico sia un semplice momento di crisi legato alle criticità correnti della struttura economica o se piuttosto sia connaturato alla funzione regolatoria stessa che l’UE intende perseguire.

Quest’articolo trae forma dai contenuti di una ricerca che si è interessata all’analisi degli strumenti procedurali che il Trattato di Lisbona, in forza dal 2009, ha predisposto per il controllo sull’applicazione del principio si sussidiarietà. Gli strumenti in questione mirano, infatti, a contribuire al riempimento del vuoto democratico attraverso un maggior grado di parlamentarizzazione del processo decisionale UE consistente in un maggior grado di partecipazione dei Parlamenti Nazionali (PN). Le domande da cui siamo la ricerca parte sone:

  1. Quale è il grado di parlamentarizzazione del processo decisionale UE?
  2. Quali vincoli esistono alla parlamentarizzazione del processo decisionale?
  3. Se esistono questi vincoli perché esistono?

La ricerca si è, dunque, articolata in tre fasi analitiche e una conclusiva:

  1. Descrizione e analisi del contenuto degli strumenti procedurali;
  2. Evidenza empirica dell’impatto delle procedure sul processo decisionale UE;
  3. Interpretazione “qualitativa” del fenomeno in analisi;
  4. Conclusioni: spunti riflessivi e piste di ricerca.

Ripercorriamola cominciando, allora, dalla descrizione dei nuovi strumenti procedurali (la procedura è definita di Allerta Precoce). Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la Commissione (che è il prevalente titolare del diritto di iniziativa legislativa) deve inviare tutti i progetti di atti legislativi dell’Unione ai PN degli stati membri. Questi ultimi dispongono di 8 settimane per analizzare questi progetti e in caso di violazione del principio di sussidiarietà inviare pareri motivati. E’ inoltre definito un sistema di voto che assegna a ogni PN 2 voti: 1 per camera nei sistemi parlamentari bicamerali e 2 alla camera dei sistemi monocamerali. A seconda del numero di PN che invia rilievi di non conformità al principio di sussidiarietà della proposta legislativa in questione si aprono due strade alla procedura di Allerta Precoce:

  1. Cartellino Giallo – quorum di 1/3 dei voti attribuiti ai PN (1/4 per lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia). Il progetto deve essere riesaminato dalla Commissione. Al termine del riesame decide se modificarlo, ritirarlo o mantenerlo. In quest’ultima ipotesi deve motivare la propria decisione;
  2. Cartellino Arancione – maggioranza semplice dei voti attribuiti ai PN. Esistono gli stessi obblighi per la Commissione, ma a fronte della sua decisione di mantenere l’atto si apre un’ulteriore fase. Si tratta di una sorta di pregiudiziale di sussidiarietà in cui il Consiglio e il Parlamento Europeo (PE), tenendo conto dei pareri motivati dei PN e della Commissione, dovranno esaminare la compatibilità della proposta con il principio di sussidiarietà. Il Consiglio (con una maggioranza del 55%) e il PE (a maggioranza semplice) possono bloccare il procedimento legislativo a fronte di una riscontrata violazione del principio di sussidiarietà.

Laddove l’atto venisse infine adottato i PN (o una singola camera) possono chiedere ai loro governi “in conformità con i loro ordinamenti giuridici interni” di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per la violazione del principio in questione (Protocollo 2, art. 8).

Il contenuto delle procedure in questione definisce un ruolo consultivo e di natura non vincolante dei PN nei confronti delle istituzioni europee, a cui spetta sempre l’ultima parola in materia di principio di sussidiarietà. In termini di peso decisionale i PN non ricevono alcun trasferimento di potere. La procedura di Allerta Precoce può sortire però un altro effetto, che è quello di politicizzare il processo decisionale UE nella misura in cui lo strumento procedurale in questione non solo avvicina i PN all’attività regolatoria della Commissione, ma costringe anche quest’ultima a tenere costantemente aggiornate le assemblee nazionali sulle proprie proposte legislative. Scopo ultimo della procedura sembra allora contribuire all’implementazione di un maggior dialogo politico tra le istituzioni europee e i PN. Di fatto il c.d. dialogo politico informale rappresenta una prassi che si è andata sviluppando a partire da una decisione del Consiglio Europeo del giugno 2006 che invitava la Commissione non solo a inviare ai PN l’insieme delle  proposte di atti legislativi e documenti di consultazione, ma anche a prendere in dovuta considerazione le osservazioni che gli stessi sollevavano anche nel merito dei documenti trasmessi[1]. La procedura di Allerta Precoce deve essere allora concepita come complementare alla più generale prassi del dialogo politico e può essere giudicata efficace nella misura in cui contribuisce a incrementare la prassi stessa. Se l’evidenza empirica dimostra che a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona si rileva un apprezzabile aumento nella pratica del dialogo politico allora la procedura si può dire efficace. I  dati in merito ai documenti COM che a partire dal 2006 sono stai sottoposti a scrutinio dai PN mostrano che nel corso del periodo considerato non vi è stato alcun aumento rilevante e che a partire dall’entrata in vigore del trattato la prassi in questione non abbia osservato alcun incremento. Inoltre, si è ipotizzata una situazione ideale in cui la totalità dei documenti COM fosse sottoposta a scrutinio da parte dei PN e la si è confrontata con la situazione reale e si è notato come quest’ultima costituisse appena il 20% della situazione ideale. E’ apparso allora evidente che nel periodo preso in considerazione non si sia verificato alcun aumento rilevante del dialogo politico e che, in realtà, meno di un terzo dell’attività regolatoria della Commissione passa al vaglio dei soggetti sottoposti a effettuare il controllo di sussidiarietà. Se il contributo al riempimento del vuoto democratico deve passare attraverso un maggior grado di parlamentarizzazione del processo decisionale per mezzo del coinvolgimento dei PN, e se lo scopo ultimo della suddetta parlamentarizzazione è un maggior grado di dialogo politico tra Commissione e PN, allora possiamo sostenere che lo strumento messo in piazza dal Trattato si sia rivelato inefficace.

Questa prima parte dell’analisi mette in evidenza che:

  1. il grado di parlamentarizzazione raggiunto grazie alle novità di Lisbona è stato alquanto scarso;
  2. esiste un vincolo all’introduzione di strumenti che incrementano il grado di democraticità del processo decisionale.

Il vincolo alla piena introduzione di strumenti democratici è rappresentato dalla preservazione dello stesso progetto integrativo. Ciò si rileva nella modalità di applicazione del principio di sussidiarietà e negli strumenti di vigilanza sul rispetto dello stesso:

  • Vincolo all’applicazione del principio di sussidiarietà – così come definito nel trattato il principio di sussidiarietà opera con attenzione all‘esercizio delle competenze e non anche sulla ripartizione delle competenze tra il livello centrale e quello periferico. Infatti laddove il principio si fosse rivolto anche all’allocazione delle competenze fra i due livelli di governo, allora esso sarebbe potuto diventare un importante strumento per dare rilevanza alle istanze provenienti dai cittadini dei singoli stati membri nella misura in cui si sarebbe potuto arguire che la ripartizione delle competenze si sarebbe dovuta effettuare di maniera compatibile con la sensibilità e le aspettative dei cittadini stessi; 
  • Vincolo alla vigilanza sul rispetto del principio di sussidiarietà – esiste una procedura di cartellino giallo e una di cartellino arancione, ma non una di cartellino rosso che permetta ai PN di bloccare subito l’atto proposto dalla commissione.

In ambo i casi il non approfondimento nell’applicazione e controllo del principio di sussidiarietà si giustificano al fine di preservare il progetto di integrazione europeo. Dall’analisi del caso in questione emerge che l’approfondimento di misure volte ad aumentare il grado di democraticizzazione del processo decisionale dell’UE trova un vincolo nel progetto stesso dell’integrazione europea (=> gli strumenti democratici possono essere implementati nella misura in cui il loro sviluppo non ponga in rischio il progetto di integrazione).

A fronte di queste prime conclusioni cui ci avevano condotto l’analisi delle procedure e l’evidenza empirica del loro impatto sull’attività regolatoria dell’UE abbiamo deciso di realizzare un’indagine qualitativa attraverso le quali poter fornire maggior profondità alla nostra interpretazione del fenomeno in analisi. Ci siamo allora rivolto ad agenti interni alle istituzioni e abbiamo realizzato delle interviste preliminari che avessero ad oggetto le nuove procedure e il rapporto tra la necessità del progetto europeo di integrazione e lo sviluppo di strumenti democratici nel sistema di decisione. I risultati teorici dell’inchiesta hanno in parte riorientato la nostra ricerca allontanandoci dal particolare delle procedure esaminate e focalizzandoci sul ruolo che oggi l’autorità pubblica è chiamata a svolgere nell’economia e dunque su quella che è la funzione regolatoria dell’UE quale attore sopranazionale a livello del continente europeo.

I risultati teorici dell’analisi hanno messo in evidenza:

  • Le nuove procedure sul controllo di sussidiarietà si rivelano scarsamente democratizzanti perché l’UE non deve essere concepita come una potenziale autorità sovrana democratica, ma piuttosto come un’autorità di regolazione sopranazionale che assume una forma più complessa di una semplice organizzazione di stati. Obiettivo principale di questa autorità di regolazione è l’implementazione costante degli obiettivi fissati nei trattati (l’azione politica è sancita dai trattati e non democraticamente determinata);
  • Malgrado la scarsa democraticità caratterizzante il suo processo decisionale essa trova giustificazione nella necessità di un attore sopranazionale europeo che sappia far fronte alle nuove sfide della globalizzazione economica, la quale pone la necessità di un’azione politica sempre più complessa che sappia dare risposte a questioni che investono dimensioni che fuoriescono dalla giurisdizione del singolo stato nazione;
  • L’elevato grado di tecnicismo e complessità dell’azione politica contemporanea richiede una classe dirigenziale dotata delle conoscenze necessarie per la gestione delle nuove questioni economiche e sociali. In questo senso, a fronte della contemporanea società complessa, la capacità decisionale degli esperti ha una grado di efficacia maggiore di quella del popolo. Quest’ultimo non comprendendo le nuove dinamiche dell’economia globale può rivelarsi incapace di tutelare il proprio interesse;
  • L’azione di regolazione richiesta dalla società globale deve essere costante, coerente e indipendente da pressioni politiche tipiche dei sistemi di governo democratici. Questi ultimi tendono a degenerare in forme di clientelismo che possono inficiare l’azione regolatoria, di conseguenza un’istituzione isolata come la Commissione Europea si trova al riparo delle pressioni politiche e in grado di perseguire costantemente e coerentemente il mandato regolatorio contenuto nei trattati

Data la funzione regolatoria che l’UE svolge a livello sopranazionale, la deficienza democratica caratterizzante il suo processo decisionale non può essere concepita come una disfunzione del sistema ma piuttosto come una caratteristica strutturale dello stesso.

Si può dunque concludere che esiste una tensione tra l’attuale vocazione dell’economia globale e la democrazia così come l’abbiamo concepita sino ad oggi. La complessità della società contemporanea rende l’individuo incapace di curare i propri interessi di cittadino. In particolar modo la complessità dell’azione politica esercita una pressione sulle situazioni giuridiche soggettive derivanti dallo status di cittadino e tendono a limitare il suo esercizio di voto. Occorre allora interrogarci su cosa sia oggi la democrazia e se il modo in cui l’abbiamo intesa sino ad oggi sia compatibile con la nuova società globale. Dobbiamo infine riflettere se evolvere verso nuove istituzioni di governo compatibili con la corrente struttura economica, o invece pensare a cambiamenti di quest’ultima in via compatibile con la nostra idea storica di democrazia. Capiamo allora che affrontare la questione democratica oggi è qualcosa che va ben oltre meccanismi di ingegneria istituzionale, ma si tratta di una più ampia discussione politica avente ad oggetto il futuro della società dell’uomo.

 

 

Giovanni Esposito

Giovanni.Esposito@ulb.ac.be

 


[1] Il Consiglio europeo prende atto dell’interdipendenza tra il processo legislativo europeo e quelli nazionali. Pertanto accoglie con favore l’impegno della Commissione a mettere direttamente a disposizione dei parlamenti nazionali tutte le nuove proposte e i documenti di consultazione chiedendo loro di esprimere osservazioni e pareri al fine di migliorare il processo di elaborazione delle politiche. La Commissione è invitata a prendere in debita considerazione le osservazioni dei parlamenti nazionali, in particolare per quanto riguarda i principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I parlamenti nazionali sono incoraggiati a rafforzare la cooperazione nel quadro della Conferenza delle commissioni per gli affari europei (COSAC) all’atto del monitoraggio della sussidiarietà.(Conclusioni della Presidenza, Consiglio Europeo di Bruxelles, 15-16 giugno 2006, Paragrafo d, punto 37).

 

 

Scuole Carracci – Bologna 23 Giugno 2011

Ancora le Carracci nell’attesa della seduta Commissione Bilancio, che ne deciderà le sorti.

Un edificio scolastico abbandonato è segno di degrado, incapacità e inadempienza delle istituzioni a capo della comunità dove esso è collocato.

Da qualche settimana, l’edificio abbandonato, è visitato regolarmente da teppisti.

La scuola è stata per molto tempo accessibile per via dei vetri rotti, e solo qualche giorno fa, i vigili e la scientifica hanno redatto un rapporto sui danni provocati.

Immagino che tale verbale sia accessibile e consultabile.

Oggi, tre (dei 500 circa) firmatari del comitato Pro Carracci, hanno fatto un sopralluogo dall’esterno, per rendersi conto personalmente dei danni. La situazione si presentava così:

- Molti vetri rotti, internamente ed esternamente, anche quelli delle balaustre interne di protezione, in briciole perché retinati.

- Dai piani superiori, sono stati lanciati nella palestra, schermi di computer che giacciono a terra. (I Computer non sono stati portati alla sede accorpata di via Ca’ Selvatica per ovvi motivi di spazio)

- Residui di allagamento dei pavimenti

- Nell’aula di chimica sono state distrutte le strumentazioni

- Parte dei libri della biblioteca sono fuori posto

Ecco, questo è quello che dall’esterno si osserva, ma suppongo che il verbale dei vigili sia più dettagliato

Abbiamo poi cercato di individuare i responsabili, per questo, con l’aiuto di una docente evidentemente autorevole e amata dai ragazzi, che giocavano fuori della scuola, abbiamo cercato di sapere qualcosa di più sui responsabili.
Dapprima un atteggiamento omertoso, dichiaratamente ritenuto vile e semmai “rischioso per la loro incolumità” poi, una volta superato il primo ostacolo, hanno tranquillamente raccontato che la scuola è sempre stata accessibile, e che più o meno tutti sono entrati.
Niente invece è sfuggito riguardo alle responsabilità degli atti di vandalismo veri e propri.

Attualmente da parte del Movimento 5 stelle, c’è stato un discreto interesse, e la richiesta di questi dettagli ci è stata fatta espressamente da loro, nella persona del consigliere comunale Massimo Bugani, che in qualità di candidato Sindaco incontrò il comitato.

Ci auguriamo che tutti i rappresentanti di partito se ne facciano carico, e che non diventi motivo di strumentalizzazione.

Le scuole Carracci sono l’unica scuola media fuori porta e mi auguro sia la scuola di tutti!

Il comitato pro Carracci.

Habemus Syndicum


Rifarsi al passato per comprendere nell’etimologia il senso della parola mi pare un bell’esercizio in questa confusione che è diventata la nostra lingua, non tanto per la naturale trasformazione, ma per l’abuso nella lingua parlata, di parole che in tal modo perdono incisività e grandiosità.

Vorrei però fare un ulteriore esercizio, e scrivere i desideri di una cittadina al Sindaco che sarà, anche se a Bologna sappiamo perfettamente di chi parliamo.

  • Voglio un Sindaco che sappia parlare ai cittadini con onestà intellettuale
  • Voglio un Sindaco che sappia spiegare ai cittadini cose come il trattato di Maastricht e come incide sulla vita delle persone
  • Voglio un sindaco che desidera cittadini  interessati alla politica, che sappiano organizzarsi per affrontare insieme i problemi, così da non sentirsi isolati
  • Voglio un sindaco che metta un megaschermo in piazza Maggiore con i dati sulla qualità dell’aria in tempo reale
  • Voglio un sindaco che metta in discussione le cooperative nelle loro storture e nei sistemi di assunzione dei giovani
  • Voglio un sindaco che sappia dire ai cittadini che il capitalismo neoliberista ci ha fottuti nelle nostre azioni più elementari
  • Voglio un sindaco che abbia il coraggio di dire che la prima questione da risolvere è come assicurare ai più indigenti il minimo vitale
  • Voglio un Sindaco che racconti cos’è la “finanza di progetto” e perché è vantaggiosa solo per le cooperative di costruzione
  • Voglio un sindaco che metta mano alle cariche che riguardano la cultura, affinché non sia nelle mani di pochi accademici a protezione delle loro molteplici cariche, ma che fluisca come una sorgente per tutti
  • Voglio un sindaco senza slogan che protegga quelli che hanno meno e non quelli che hanno più
  • Voglio un sindaco che apra le porte, e non che le chiuda
  • Voglio un sindaco che parli di risparmio, non di tagli, che parli di efficienza, non di profitto
  • Voglio un sindaco che dica la verità, come Michel Piccoli nel mirabile film di Moretti, Habemus Papam che in un bagno di umiltà e verità, delude profondamente i suoi fedeli, ma mette loro tra le mani una nuova rivoluzionaria consapevolezza, quella di affacciarsi ognuno al proprio destino rinunciando alla guida spirituale per ritrovare, quello status di cittadino che ha perduto.Cittadina Alba

 

Sulle regole

Discorso di Pericle sulla Democrazia (Paolo Rossi)
http://www.youtube.com/watch?v=lhgcCQkGFxo

Gherardo Colombo tra i ragazzi

Ieri i ragazzi del mio quartiere hanno incontrato un magistrato, proprio ieri, in quella giornata fumosa e pasticciata della camera, in cui si è discusso di leggi inique e personalizzate, con quell’ostruzionismo di facciata anche dei nostri parlamentari che siedono all’opposizione.

Ieri, forse, un uomo che sta dedicando la sua vita alla legalità, al rispetto della costituzione, ha fatto breccia su un futuro cittadino. Rimarrà qualcosa delle parole dette? Non possiamo saperlo, ma i cambiamenti più importanti l’umanità li ha avviati grazie a coloro che hanno saputo portare il virus del dissenso, in situazioni apparentemente senza sbocchi.

Gherardo Colombo non si è messo in cattedra come mi aspettavo facesse, ma ha passeggiato tra le poltrone, tra i ragazzi, ha dato loro la parola, li ha fatti ragionare su questioni come le regole, quelle che occorrono all’organizzazione sociale, e quelle che danneggiano e minano le fondamenta della democrazia. Ha parlato della conoscenza come strumento indispensabile, ha parlato della necessità di protestare pacificamente ad oltranza, e non solo fino al suono della campanella!

Trecento incontri all’anno! Li conosce i ragazzi. Sa come approcciarsi. Perché due ore non sono poche per tenere centinaia di ragazzi seduti.

Certamente oggi milioni di istanze a cui siamo chiamati ad interessarci confondono un po’ le idee, e a volte si ha la sensazione che sia lo scoraggiamento generalizzato e la disillusione, che i cittadini non riescono più a controllare, ma il groviglio si dipana trovando il capo e seguendone le tracce.

E direi che ieri da questo si è partito.

Discorso di Piero Calamandrei
http://www.youtube.com/watch?v=WlA-vcu19nA

Controllocittadinobologna@gmail.com

Nuovo totalitarismo con deriva alla perversione

da Giuseppe

Venerdì 1 Aprile, in Sala Farnese si è svolto l’ultimo Seminario sulle Relazioni di Potere nella società contemporanea del ciclo proposto dall’Istituto Regionale di Studi sociali e politici “Alcide De Gasperi”.
Il titolo di questo ultimo seminario è stato: “L’apporto della psicoanalisi tra vecchi e nuovi totalitarismi” tenuto dal prof. Massimo Recalcati.

Chi è interessato può ascoltare la lezione del prof. Recalcati a questo link
http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/htm/incontri.htm

Personalmente sono rimasto molto colpito dalla parte finale in cui vengono descritti gli aspetti del nuovo totalitarismo con deriva alla perversione che ho il piacere di riportare dalla trascrizione nella speranza di fare cosa gradita.

Lacan da questa definizione dell’istituzione: c’è istituzione dove il godimento è tenuto a freno, dove c’è istituzione c’è un freno sul godimento, non si può fare quel che si vuole, l’istituzione serve per introdurre una castrazione del godimento, non si può fare ciò che si vuole, soprattutto quando si hanno degli incarichi istituzionali, non si può parlare quando uno è investito di un incarico istituzionale come se non lo fosse, per la perversione l’istituzione è una finta, Lacan dice un puro sembiante, semblant, un gioco, perché l’istituzione è un gioco.
Se dell’istituzione se ne può fare a meno, è un impiccio al godimento l’istituzione, le regole istituzionali sono un impiccio al godimento, alla libertà del godimento che è l’unica forma di istituzione a cui il perverso crede, la libertà di godere senza limiti, senza ostacoli, senza rotture di scatole.
Perché questo è la democrazia per il perverso, una rottura di scatole, che implica tempi lunghi, discussioni, procedure; ma la democrazia è precisamente forma, non è sostanza perché se fosse sostanza sarebbe totalitaria e cadrebbe nella tirannide in fondo, la democrazia è pura forma perché deve mantenere vuoto il suo contenuto che le permette di rinnovarsi ogni volta, non è mai compiuta.
Mentre nella perversione la fede, perché il perverso ha fede, ha una fede speciale, la fede è anti istituzionale, c’è una sola fede che il perverso ha, ed è per la sua volontà di godere, l’unica cosa che conta, come diceva un ‘ maitre à penser ’ del nostro tempo Fabrizio Corona, intervistato su che cosa ne pensa lei delle notti di Arcore; è un signore anziano, ha 75 anni, passa il suo tempo a spendere il suo denaro in questo modo; Corona che è un uomo intelligente, con una sua furbizia, dice:
“ E’ a fine corsa”.
Qqui introduce il tema della morte; ‘a fine corsa’, cosa dovrebbe fare un uomo visto che il giro di giostra è uno solo, che non ce ne sarà un altro, deve giocare tutte le sue carte il più possibile e Fabrizio Corona in questa intervista che mi ha molto colpito, pone un problema etico radicale: che risposta abbiamo a questa considerazione così radicale, se questo è l’unico giro di giostra, perché rinunciare al godimento, perché rinunciare al bene, perché attribuire un senso alla rinuncia, ogni rinuncia è persa, e Lacan dice: per questo il motto del perverso è – perché no ! – che è la questione etica alla quale però dobbiamo trovare un argomento forte che possa rispondere a questa etica cinico materialista nella fede della volontà di godere, e con l’unica fede per la volontà di godere ne deriva, altra differenza rispetto al sistema totalitario, che la verità non esiste più, che la verità e la menzogna sono la stessa cosa.
Per questo che il perverso può mentire tranquillamente, non ha sensi di colpa, non ha vergogna, l’esperienza della vergogna è un’esperienza esclusa per il perverso, è il nevrotico che ha il senso di colpa e che poi alla fine dice sempre la verità, il nevrotico mente, cerca di ingannare, poi alla fine arriva a dire la verità e si pente, c’è un’esperienza di pentimento più o meno differita.
Nella perversione il pentimento non esiste, non c’è possibilità di pentimento, strutturale, perché se la verità non esiste, perché l’unica verità è la volontà di godimento, la menzogna è come la verità, e quindi si può dire una cosa oggi, una cosa domani, e se qualcuno fa notare che quello che hai detto ieri non è uguale a quello che hai detto oggi, questo non esiste, la verità è la menzogna. Ne deriva che non c’è concezione del mondo, non c’è weltanschaung nella perversione, ne deriva che il culto della libertà non è un culto ideale, la libertà non è un valore ideale, la libertà è l’espressione della volontà di godere, e dunque la massa non è più aggregata, ma è disgregata, fondamentalmente disgregata, tutti gli argomenti che il perverso utilizza di tipo ideale, ideologico, per esempio salviamo la patria dal comunismo è un argomento ideologico, lo è stato per la Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra, è un argomento ideologico, oggi è un argomento pubblicitario,  come vendere i panini, vendere una marca, dire che ci sono i comunisti che bisogna evitare, è uno spot pubblicitario che può ancora avere un senso, ma lo stesso culto della famiglia è uno spot pubblicitario, c’è una concezione pubblicitaria della politica, della politica ridotta a spot, lo spot dei rifiuti a Napoli, lo spot dei terremoti, lo spot di Lampedusa, cioè a me interessa mettere in luce questa dimensione senza verità dei discorsi, il problema non è rappresentare la verità, il problema è catturare il consenso e dunque il problema è pubblicità, non è un problema ideologico, il post ideologico si configura come in pubblicità, come la dimensione della pubblicità e dunque la comunità semplicemente non esiste, il bene comune semplicemente per il perverso non esiste. Chi è il nemico ? Sono i comunisti, sono gli immigrati?  No – il nemico nella logica del perverso è tutto ciò che ostacola l’accesso al proprio godimento.

Il bucolico incontro alle scuole Carracci con Merola e alcune considerazioni

Insomma, siamo stati rassicurati che quella zona rimarrà adibita a scuola, che la cifra per la ristrutturazione è a bilancio, che tutto è in fase di valutazione…
Parliamo di due milioni di euro. Ma… se nella fase (lunghissima) di valutazione si decreterà che è necessario demolire la scuola e ricostruirla, con una spesa diciamo di sei milioni di euro?
Che succederà in questi tempi di crisi?
Nella finanziaria 2001 infatti, il governo mise mano alla legge che tutelava l’urbanistica cittadina, togliendo il divieto di utilizzo degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente.* Questa manovra ha dato il via all’attacco del territorio, ora gli amministratori alla sola parola “oneri” si sdilinquiscono come gatti innamorati.
Sono tempi difficili. La spesa corrente incombe e sono tempi in cui bisogna decidere tra due mali
Il candidato sindaco Merola per il PD ha detto che l’aspirante sindaco leghista Manes Bernardini, vorrebbe vendere parte di azioni Hera per raggranellare denaro per la spesa corrente, Merola invece è contrario a vendere i “gioielli di famiglia”.
Ma analizzando bene, o vendi i gioielli di famiglia (primo male), o si danno permessi di costruzione per utilizzare gli oneri di urbanizzazione (secondo male) per la spesa corrente.
E se non si possono vendere i gioielli ai costruttori… allora si può utilizzare il sistema molto in auge della finanza di progetto, come è stato fatto per il nido Gaia, dove però noi cittadini paghiamo in vent’anni quattro volte il valore dell’immobile, non è un caso che i nidi abbiano costi così alti quasi da servizio privato di lusso, come effettivamente forse sono diventati.
All’incontro Marzia Mascagni, una insegnante delle Longhena, ha raccontato che la Regione stanziava un finanziamento di qualche migliaia di euro per progetti scolastici. Bene, fino all’anno scorso ne hanno beneficiato, quest’anno, è stata inserita una clausola, che se nella rete di scuole che presentano il progetto, non ci sono anche scuole private, il finanziamento salta. Le insegnanti hanno poi verificato che il denaro è stato elargito quasi esclusivamente a scuole private.
E’ stato veramente commovente vedere con quanto ardore gli insegnanti si interessano della sorte della scuola.
A me pare un lento inesorabile percorso verso la privatizzazione della scuola pubblica, ma forse sono solo una pessimista?
Io vigilerò, basterebbero cinque controllori per ogni quartiere per far vedere loro i sorci verdi, vi invito ad entrare in azione, a formare il comitato, ad incontrarci, a non perdere le speranze.
Per il contatto:
alba.bonini@gmail.com

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Qui i lavori previsti per le Carracci.

http://www.ottovolante.org/page/4/

* Nella finanziaria 2001 infatti, si mise mano ad un divieto che tutelava l’urbanistica cittadina. (Governo Amato)
La città in vendita Paolo Berdini Donzelli editore (
anche presso la nostra biblioteca di quartiere) oppure sul sito:
http://www.eddyburg.it/article/articleview/10385/0/318/

Il decalogo della bellezza per far rinascere le città partendo dalle periferie

 

Tratto da  http://www.eddyburg.it/article/articleview/16819/0/29/
Autore: Erbani, Francesco
Data di pubblicazione: 06.04.2011 06:50

Sui temi del convegno che Italia Nostra dedica al tema”Città venduta. 20 anni di urbanistica contrattata” a Roma. La Repubblica, 6 aprile 2011

ROMA – È L’Aquila la città esemplare dalle cui tragedie si misura il tracollo dell’urbanistica in Italia. Muove dalle macerie di quel centro storico la riflessione di Italia Nostra che, a due anni dal terremoto, ha convocato il convegno «La città venduta. Vent’anni di urbanistica contrattata» (oggi dalle 9,30, Sala dei Dioscuri, via Piacenza 1). E «L’Aquila come caso emblematico» è il titolo della relazione di Pier Luigi Cervellati che dà avvio al convegno, dopo l’intervento di Alessandra Mottola Molfino, presidente dell’associazione. Ma dal cuore martoriato del capoluogo abruzzese il passaggio al resto d’Italia è breve e il panorama è quello di un’urbanistica sempre più piegata a interessi particolari e non alla qualità del vivere.

Dalla riflessione alle proposte. Al convegno viene presentato un decalogo (vedi il box), redatto dallo stesso Cervellati, da Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. La città, si legge, non è una merce, è un bene comune, le sue trasformazioni devono essere definite dalle amministrazioni pubbliche e non affidate ai negoziati con i privati. Si proceda con il recupero delle periferie, si potenzi il trasporto pubblico e si facciano partecipare i cittadini e le associazioni alle scelte urbanistiche.

Il convegno cade in un momento delicato per Italia Nostra. Nello scontro sul libro, poi ritirato, che raccoglieva articoli di Antonio Cederna sono emerse questioni attuali: quei saggi erano affiancati, per iniziativa di Italia Nostra lombarda, da interventi critici verso Cederna stesso, che, ha detto Giulio Cederna, «stravolgevano tutte le impostazioni più care a mio padre». E fra queste proprio la natura radicalmente pubblica dell’urbanistica.

E questi principi Italia Nostra intende ribadire. A L’Aquila sta succedendo in forma estrema quel che accade altrove in Italia, dice Cervellati: un centro storico svuotato e una periferia che si ingrossa mangiando pezzi di campagna. Questo è il frutto, sostiene l’architetto, della libertà di cementificare, degli accordi fra amministratori e costruttori. Ma così si genera un circolo vizioso: «L’invenduto in Emilia Romagna dal 2008 è di 50 mila alloggi, una città per 120 mila persone, il doppio degli sfollati abruzzesi».

La storia dei guasti prodotti dall’urbanistica contrattata è stilata da Edoardo Salzano, mentre Giovanni Losavio indica l’incostituzionalità di tante procedure. Ma poi si passa ai dossier sulle città, scelte in un ventaglio bipartisan. Giuseppe Boatti esamina Milano, dove il recente Piano di governo del territorio consolida una tradizione di deregulation in cui «i privati gestiscono tutto». L’espansione di Roma, «infinita, ma senza futuro», fissata dal piano regolatore voluto da Francesco Rutelli e Walter Veltroni, passa sotto la lente di Paolo Berdini. Torino, Catania e l’Emilia Romagna chiudono un quadro in cui la pianificazione urbanistica non è più, ricorda Salzano citando Cederna, «un’operazione di interesse collettivo che mira a impedire che il vantaggio dei pochi si trasformi in danno ai molti, in condizioni di vita faticosa e malsana».